martedì 29 novembre 2011

Segni, Significato, Senso e Rappresentazione

Il senso di un nome proprio è qualcosa che viene subito afferrato da chi conosca sufficientemente la lingua “segno” o “nome” intendo qui una
qualunque indicazione la quale compia l’ufficio di nome proprio, il cui significato cioè sia un oggetto determinato Ci troviamo dunque indotti a concludere che, pensando a un segno dovremo collegare a esso due cose distinte: e cioè, non soltanto l’oggetto designato, che si chiamerà “significato di quel segno”, ma anche il “senso del segno”, che denota il modo come quell’oggetto ci viene dato.
I rapporti che normalmente intercorrono fra il segno, il suo senso, e il suo significato sono questi: a un dato segno corrisponde in genere un senso determinato, e a questo corrisponde di nuovo un significato determinato; invece a un dato significato (cioè ad un dato oggetto) non corrisponde sempre un unico senso. Anche a un dato senso non corrisponde un unico segno: esso infatti viene espresso in modi diversi nelle diverse lingue, e talvolta persino nella stessa lingua. I rapporti che normalmente intercorrono fra il segno, il suo senso, e il suo significato sono questi: a un dato segno corrisponde in genere un senso determinato, e a questo corrisponde di nuovo un significato determinato; invece a un dato significato (cioè ad un dato oggetto) non corrisponde sempre un unico senso. Anche a un dato senso non corrisponde un unico segno: esso infatti viene espresso in modi diversi nelle diverse lingue, e talvolta persino nella stessa lingua.
Dal significato e dal senso di un segno va poi tenuta ben distinta la rappresentazione che lo accompagna. Se il significato di un segno è un oggetto
percepibile coi sensi, la rappresentazione che ho di esso è invece una mia immagine, originatasi dal ricordo sia delle impressioni sensoriali da me provate sia delle attività, tanto interne quanto esterne, da me esercitate. Al medesimo senso non si collega sempre la medesima rappresentazione, neanche nella stessa persona. Essa è poi eminentemente soggettiva variando da uomo a uomo. Questo fatto distingue in modo essenziale la
rappresentazione, non solo dal significato, ma anche dal senso di un segno; il senso non costituisce invero, come l’immagine anzidetta, qualcosa di inscindibile dal singolo individuo, ma può formare il possesso comune di molti. Che sia così, ce lo prova l’esistenza di un patrimonio di pensieri comuni all’umanità, patrimonio che essa trasmette di generazione in generazione. Il significato di un nome proprio è l’oggetto che noi indichiamo con esso; la rappresentazione che ne abbiamo è invece completamente soggettiva. Fra l’uno e l’altra sta il senso, che non è più soggettivo come la rappresentazione, ma non coincide nemmeno con l’oggetto stesso Per chiarire i loro reciproci rapporti può essere forse utile la seguente similitudine.
Preso un cannocchiale astronomico, esaminiamo il processo con cui, per mezzo di esso, viene osservata la Luna. La Luna è l’oggetto di osservazione; questa osservazione è resa possibile dall’immagine reale prodotta entro il cannocchiale dall’obiettivo e dall’immagine retinica che si produce nell’osservatore. Orbene: è facile cogliere una certa analogia fra la Luna e il significato, l’immagine prodotta dall’obiettivo e il senso, l’immagine retinica e la rappresentazione o intuizione. E invero: mentre la Luna è l’oggetto reale nella sua completezza, l’immagine prodotta dall’obiettivo è soltanto unilaterale, poiché dipende dal punto di osservazione; malgrado ciò è oggettiva, potendo servire a parecchi osservatori. La si può, in ogni caso, accomodare in modo che molti si valgano di essa nel medesimo istante. Ciascuno ha invece la sua propria immagine retinica. Persino una congruenza geometrica fra le varie immagini retiniche sarebbe a stento raggiungibile, a causa della diversa conformazione degli occhi; una coincidenza effettiva di esse resta poi comunque esclusa. [Senso e significato, Frege, G. 1982]

Segno: CASA
Significato: (l’oggetto a cui il Segno si riferisce)
Senso: Casa come riparo dal maltempo, Casa come architettura, Casa come famiglia (ogni Senso a sua volta è rappresentabile da molteplici segni, ad esempio il calore familiare può essere rappresentato da CASA, ma anche da FAMIGLIA, come anche da NATALE etc.)
Rappresentazione: Casa come famiglia, rappresentato come luogo di cura, rappresentato come luogo di sacrifici, rappresentato come base sicura etc. (La rappresentazione, diversamente dal Senso, Significato e Segno, è imprescindibilmente soggettiva, uomini diversi possono condividere sensi, significati e senso dei discorsi ma mai la medesima rappresentazione)

La parola algebrica e non algebrica

Inconscio come parola può essere considerato alla stessa stregua di albero? Un termine il cui riferimento sensibile è nella quotidianità di tutti giorni, un altro termine quasi altrettanto quotidiano è invece privo di riferimento fisico, ma al contrario tiene come riferimento un ulteriore, un altro che non è ne parola ne grave, ma spazi di concettualità, idee, suggestioni ed afferenze sensoriali ed emotive.
Il discorso psicologico, difesa, relazione oggettuale, psicodinamica e ancor più il discorso psicanalitico, la cifra, il taglio o il nome del padre è un discorso privo di riferimento, un discorso che rimanda a se stesso, un discorso che rimanda ad altri discorsi senza giungere ad una fine sensibile, irriducibile al sensibile. Che questo sia un bene o un male non è questione risolvibile in poche righe, se questo precluda la possibilità di scientificità dei discorsi psicanalitici, quanto dei discorsi psicologici è questione prima e ultima di queste discipline.
Discipline i cui discorsi sono così assimilabili ai discorsi vacui, discorsi nei quali cambiano l'ordine dei termini il risultato non cambia, sia questo l'incomprensione o l'evocazione di scenari indistinti e magmatici, comuni. Se la comprensione di un discorso comincia la dove inizia la conoscenza condivisa tra due interlocutori, e la parola diventa relè di condivisione, di simpatia tra due parlanti, bisogna chiederci quale conoscenza condivisa regge il sapere psicanalitico e psicologico. Un discorso che nasce proprio dalla non conoscenza, dal non conscio o inconscio che sia. Questi sono i termini della questione, il discorso psicoanalitico, assimilabile al discorso dell'inconscio, che è un non-discorso non possedendo conoscenza da condividere con l'altro, ma che al raggiungimento di tale conoscenza è volto.

ps: Il termine algebra (dall'arabo الجبر, al-ğabr che significa "unione", "connessione" o "completamento", ma anche "aggiustare") e che significa riduzione, taglio, sezione, originariamente una pratica chirurgica per rimettere apposto gli arti slogati, e che poi ha preso il senso di riduzione matematica, secondo l’invenzione del matematico Hwarizmi del IX secolo.

lunedì 28 novembre 2011

Le operazioni di costruzione

Una delle ipotesi sulla semantica è che questa sia concettualizzazione. Questa ipotesi mette in crisi l’idea che la semantica sia puramente verocondizionale, infatti esistono molteplici modi diversi di strutturare le situazioni. Ad esempio le diverse costruzioni come “il mio papà”, papà o padre trasmettono all’ascoltatore diverse concettualizzazioni della relazione tra parlante e il padre del parlante pur essendo equivalenti dal punto di vista verocondizionale. Tutti gli aspetti dell’espressione grammaticale di una situazione chiamano in causa, in un modo o nell’altro, la concettualizzazione, comprese la morfologia flessiva e derivazionale e anche le parti del discorso fondamentali. Ogni volta che pronunciamo una frase, strutturiamo, a livello inconscio, tutti gli aspetti dell’esperienza che intendiamo comunicare e ogni costruzione alternativa di un’esperienza nel termine papà ci dice qualcosa sulla struttura di quell’esperienza che l’altra costruzione, padre, non ci dice. Ambito e limiti della concettualizzazione possono quindi essere riassunti in tre principi generali . Il primo è che la concettualizzazione è funzionale ai fini comunicativi degli interlocutori. I parlanti concettualizzano la propria esperienza in base ai loro scopi (che possono essere manipolativi, come nella comunicazione politica o cooperativi). Di fatto ciò significa che la concettualizzazione è molto flessibile: una data esperienza può essere concettualizzata in molte maniere diverse. Il secondo principio è che la natura della realtà limita la concettualizzazione o per lo meno ne favorisce alcune rispetto ad altre. Infine il terzo principio è che le concettualizzazioni sono limitate dalla convenzione culturali di una certa comunità di parlanti [Linguistica cognitiva, Croft W., Cruse D. 2004].

domenica 27 novembre 2011

La sematica dei frame

Un frame è un insieme di concetti che associati ad ogni concetto singolo nella mente dei parlanti determinano il significato di ogni parola. I concetti sono considerati organizzati sulla base della esperienza quotidiana, ad esempio RISTORANTE non è solamente un luogo deputato ad un particolare servizio, ma un concetto al quale sono associati diversi concetti altri come CLIENTE, CAMERIERE, ORDINAZIONE, MANGIARE, CONTO.
Il frame non va considerato unicamente un mezzo aggiuntivo per l'organizzazione dei concetti, ma come un modello della semantica della comprensione, in contrapposizione ad una semantica verocondizionale. Un parlante produce parole e costruzioni in un testo come strumenti per un'attività particolare, cioè suscitare una particolare comprensione. Ciò vuol dire che le parole suscitano una comprensione o, più specificatamente, un frame: un ascoltatore, non appena percepisce un enunciato, per comprenderlo a sua volta fa riferimento a un frame. [Linguistica cognitiva, Croft W., Cruse D. 2004]

Soggetto mentale e corpo mortale

Mentre il soggetto mentale, e in particolare il soggetto grammaticale, hanno ciascuno di volta in volta un proprio punto di vista, mutevole nel succedersi del tempo e molteplice in uno stesso instante, il corpo mortale non ha punto di vista ma è il punto di arrivo, il termine, il riferimento del punto di vista, dei punti di vista, degli altri, che, guardandolo, lo pongono come oggetto immobile, come corpo, corpo mortale in mezzo ad altri corpi mortali. Dal punto di vista più strettamente legato al Conversazionalismo, ricordiamo che i predicati verbali mentre afferiscono all'io, e afferendo lo costituiscono, non afferiscono in senso proprio al corpo mortale, bensì vi si riferiscono. La persona quindi non è unica e indivisibile ma scomponibile in tre personaggi: “Il soggetto mentale” a cui afferiscono i predicati cognitivi affettivi e intenzionali, “Il soggetto grammaticale” a cui afferiscono i predicati finzionali e un corpo mortale a cui si riferiscono i predicati comportamentali. Particolari relazioni legano questi soggetti, in particolare il “Soggetto mentale” può sottrarsi con l’aiuto dei predicati finzionali afferenti al "Soggetto grammaticale" ai patimenti del corpo mortale, uscendo dalla contingenza del presente e dalla necessità del passato, per aprire a mondi e identità possibili nell’universo finzionale, nell’universo della possibilità, nel gioco simbolico, nel far finta che, nel tempo futuro, nel modo congiuntivo o condizionale. [La conversazione materiale, Lai, 1995]

sabato 26 novembre 2011

Le parole sono metri di automisura

La produzione di un atto linguistico all'interno di una conversazione produce sempre, o dovrebbe produrre dei risultati che possono manifestarsi fra una conversazione e l'altra oppure all'interno della medesima conversazione. Questi risultati si producono tutti in universi extratestuali, siano questi sugli oggetti mentali dove abitano pensieri decisioni o intenzioni oppure siano questi nell’universo degli oggetti psichici, dove abitano emozioni e sentimenti. Infine avvengono anche nell’universo degli oggetti fisici, corporei, biologici dove abitano la stanchezza, la spossatezza, il dolore. Di questa tripartizione degli universi extratestuali preme evidenziare la distinzione fra oggetti mentali e psichici contro gli oggetti fisici, distinzione che ha un peso rilevante nella pratica di analisi conversazionale, dove quando le proposizioni afferiscono al soggetto grammaticale lo costituiscono dandogli forma e sostanza, mentre quando si riferiscono al corpo mortale, questo ne è il termine ultimo. L’universo extratestuale (mentale, psichico e fisico) è collegato però all’universo testuale attraverso il riferimento delle parole del testo medesimo che nella conversazione materiale parla delle emozioni, dei pensieri, intenzioni e afflizioni del corpo mortale con le parole che a questi stati mentali extratestuali si riferiscono. Nella sua storia la parola è stata sempre vista in posizione ancillare, come descrizione del mondo oppure funzione della mente, della psiche e dell’anima. Successivamente le parole vennero intese come azioni per far accadere cose, non venivano solo viste come descrizione ma nella loro funzione performativa. Dunque sempre rimangono in posizione ancillare le parole. Le parole erano ancelle dell’altro, del fondamento che le faceva esistere, del riferimento che dava un senso o delle intenzioni che le muovevano. Ma un ultimo modo di intendere la parola all’interno del dispositivo concettuale e pratico del Conversazionalismo, è considerarle in funzione di sé medesima. Parla di sé e null’altro. Le parole riferendosi solo su di se si riferiscono solo all’universo testuale, e ai suoi oggetti che sono le parole. In altri termini le parole sono misura nel loro universo testuale di rifermento, che è l’universo dove abitano. Le parole misurano sé medesime. Le parole sono metri di automisura [La conversazione Immateriale, Lai, G. 1995]

domenica 21 novembre 2010

Una settimana da bambini, una riflessione e un analisi tematica esplorativa della reazione all'evento.

"dal 15 al 20 novembre cambia la foto del tuo profilo di Facebook con quella diun eroe dei cartoni animati della tua infanzia e invita i tuoi amici afare lo stesso...lo scopo? Per una settimana non vedremo una solafaccia "vera" su Facebook ma un'invasione di ricordi d'infanzia.. e ...aggiungerei in ricordo dei veri e bei cartoni di una volta!!!"



Mi sono ritrovato davanti a questo annuncio qualche giorno fa, solitamente non partecipo alle catene virtuali se non per quanto riguarda quelle di informazione, e nel farlo più che avere come scopo la diffusione dell'informazione, che visto il livello di aggregazione della rete di face book è abbastanza inutile, lo faccio con lo scopo di proporre una immagine di me all'altro. La condivisione di un elemento diventa quindi non più condivisione di un qualcosa di esterno da se, ma una comunicazione del sé. Per un evento di questo tipo invece sono in gioco elementi diversi e particolari, per la natura di quanto è richiesto e per il materiale sul quale è richiesto di lavorare. Penso che per certi versi possa essere considerato alla stregua di un test proiettivo, nel quale la consegna è precisa e presuppone tutta una serie di capacità. In particolare la capacità di giocare con l'altro, in secondo luogo la capacità di farlo rimanendo attinenti alle regole del gioco.

Per quanto riguarda la prima capacità si nota come una buona parte delle persone che ho in lista amici abbia almeno per un poco cambiato la propria immagine del profilo, alcuni l'hanno fatto solo una vota, altri l'hanno fatto più volte. Alcuni si sono rifiutati di farlo, ma quasi nessuno non ha risposto all'evento. Questo è un dato interessante, perché conferma come sia impossibile per un individuo rimanere inerte all'offerta dell'altro e non prendere una posizione a tale offerta. C'è chi ha assunto toni critici, altri denigratori, altri hanno ragionato sull'evento, altri a questa offerta hanno risposto con un motto di spirito. Critica, denigrazione, intellettualizzazione e motto di spirito sono tutti meccanismi di difesa più o meno idonei e fruttuosi per rispondere ad un evento esterno o interno vissuto come stressante. All'offerta regressiva di cambiare la propria immagine di Sé con una che ponesse in essere quella infantile l'individuo a risposto nel non rispondere, e nel porsi in relazione con questa sua incapacità lo ha fatto con meccanismi squisitamente idiosincratici. Interessante quindi sarebbe per queste persone riflettere in modo più empatico e meno razionale sul ruolo che hanno deciso di giocarsi in questo gioco collettivo.

Alla stessa offerta però noto come anche nel partecipare, certe persone abbiano partecipato contravvenendo alle regole del gioco, che sottolineavano la necessità di scegliere un cartone della propria infanzia. Non un cartone qualsiasi che riflettesse unicamente la propria immagine di sé, ma un cartone che riflettesse l'immagine di se e che al tempo stesso fosse un cartone del passato. Alcune persone non hanno rispettato tale consegna, hanno preferito un cartone presente per la sua attinenza all'immagine di sé presente. Anche in questo caso alla proposta di giocare nell'altro, condividendo il fragile terreno della regressione, l'individuo ha risposto in modo particolare. Certe istanze interne, la necessità di mantenere un profilo che rappresentasse certi aspetti del sé attuale hanno interferito con la consegna del gioco. Infine c'è chi ha partecipato al gioco rispettando, almeno a livello manifesto le regole. Anche in questo caso abbiamo assistito a diversi comportamenti, alcuni hanno selezionato immediatamente un immagine e l'hanno mantenuta, altri l'hanno immediatamente modificata e cambiata più volte, altre ancora l'hanno cambiata dopo un po' di tempo e mantenuta e così via. Queste rappresentano modalità personali di esecuzione del compito, di mediare fra le proprie risorse interne e la richiesta di un compito particolare offerto dall'esterno. Indagare questo aspetto dell'esecuzione del compito necessiterebbe di una inchiesta, perchè hai scelto questa immagine invece che altre? Cosa avevano le immagini che hai cambiato rispetto a quella che hai deciso di mantenere? E così via...

Mi sono permesso di fare una analisi tematica della discussione sull’evento di un gruppo di psicologi e studenti di psicologia (http://www.facebook.com/lisa.sommma#!/permalink.php?story_fbid=155897054454968&id=113386908705489&cmntid=155978767780130), generale e con nessuna pretesa di esaustività.

Da questa emergono alcune tematiche particolari di come le persone si sono messe in relazione a questa possibilità.
Per chi non ha partecipato, gli interventi vanno da una critica alla denigrazione dell'azione e di chi ha partecipato a tale iniziativa, in particolare le critiche sono rivolte per quanto riguarda l'azione al fatto che questa non sia utile al raggiungimento del suo scopo quando è identificato nel promuovere "la tutela dei diritti del bambino". Sono presenti anche critiche al mezzo per raggiungere lo scopo di favorire una rappresentazione dell’infanzia.

Per quanto riguarda le critiche a chi ha partecipato all'iniziativa sono riferite prevalentemente alla natura omologante dell’azione, alla sua banalità e alla sua superficialità.
Anche in chi ha aderito all’iniziativa è presente la denigrazione dell’altro considerato “malato” perché incapace di entrare in contatto con la propria infanzia, mentre per chi ha invece considerato positiva l’iniziativa lo ha fatto in modo diverso, in base allo scopo che ha individuato, chi lo identificava nella “tutela dei diritti del bambino” ha elogiato tale mezzo come idoneo perché ha pubblicizzato la settimana dei diritti del bambino. Chi invece identificava lo scopo di tale azione come uno spazio nel quale rappresentare la propria parte infantile ha evidenziato la possibilità di poter esprimere il proprio sé, di favorire per un po’ l’irrealtà, di far tornare alla mente i ricordi di infanzia.In conclusione mantengo il mio radicale ottimismo nelle potenzialità di internet, in tutte le sue forme ed evoluzioni, come fonte di dati primari per l'analisi del comportamento umano, della sua psicologia, della sua capacità di processare ed elaborare l'informazione.